Voglio esprimere la mia solidarietà verso i miei coetanei
sfigati, monotoni e precari.
Forse il governo Monti non si è accorto che viviamo in una
società nella quale alla globalizzazione dell’insicurezza si aggiunge un senso
di precarietà drammatico nella generazione che dovrebbe essere il motore della
crescita, quella dei trentenni, che terminati gli studi piombano in forme di
lavoro precario privo di garanzie per il futuro e si trovano quindi a vivere in
una situazione di assoluta incertezza.
Con due battute sono riusciti a dimostrare quanto ormai sia
profondo il distacco non tanto tra il ceto politico e il Paese reale, ma tra
l’intera classe dirigente italiana, di cui questo governo è espressione diretta
ed omogenea, e il popolo che dovrebbero guidare.
Le azzardate e sguaiate uscite del Presidente del Consiglio e
del Sottosegretario Martone si collocano in un Paese che ha appena festeggiato
il record negativo di disoccupazione giovanile pari al 31% con tre milioni
stabili di disoccupati e un tasso di occupazione sulla popolazione attiva che è
scivolato al 56% (vuol dire che 22 milioni di italiani lavorano anche per
mantenere 40 milioni di italiani inattivi).
Sarebbe rischioso se
passasse l’idea che solo alla politica si chiede responsabilità di gesti
e di verbi, mentre ai governi tecnici si offre indulgenza piena ogni volta che
aprono bocca.
Tutto
questo sommato alla conclamata intenzione di mettere mano all’art.18, sapendo
che eliminandolo non si andrebbe a creare nemmeno un nuovo posto di lavoro e non
aumenterebbero neppure di un euro i profitti, per i troppi che solo quella
logica conoscono e rispettano.
L’obiettivo
è apertamente dichiarato: abbattere la separazione tra lavoro stabile e
precario, uniformando tutto al secondo modello.
Gli unici che possono determinare un cambiamento siamo noi
giovani, veri e presunti. Ventenni, trentenni e quarantenni, che un lavoro non
ce l’abbiamo e se ce l’abbiamo è precario insieme alle lavoratrici e ai
lavoratori che rischiano di non averlo più.
In questo senso la manifestazione della Fiom, prevista per
l’ 11 febbraio ma poi rimandata per il maltempo, diventa una tappa fondamentale
della messa in discussione di un modello che non risolve i problemi e annulla i
diritti.

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